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Esco da un lustro che è stato fatto di ben poco, se non di malattie e lutti. Il male del secolo, che si sta portando via man mano tutta la mia famiglia, in questo paesello del nord-est sembra non voler guardare in faccia a nessuno: viene a trovare un po' tutti, anziani, giovani, bambini, con un'incidenza spaventosa, tanto che chi in famiglia non ha avuto almeno un caso di tumore può ritenersi un vero e proprio miracolato.

Questa volta è tornato a farci visita sotto il nome di mieloma, una delle poche 'varianti' che non avevamo ancora conosciuto. Come succede sistematicamente, è venuto a portarsi via chi potenzialmente aveva ancora da vivere, e chi più meritava di poter godere di anni felici ed in salute. I migliori sono sempre quelli ad andarsene, come si suol dire.

La cosa orrenda di tutto ciò è che l'esperienza mi porta ormai a prevedere un tragico epilogo ancor prima che un medico emetta una  diagnosi. Anche questa volta, al comparire di sintomi ormai conosciuti, nella mia testa sono comparsi scenari inquietanti. Al momento poi del famoso 'ricovero per accertamenti', la sentenza di morte era come già scritta. Poi, certo, dicono che la speranza è l'ultima a morire.

Non so, sinceramente, se dovrei nutrire speranza anche quando non ce n'è. Non so se dinnanzi a condoglianze da parte di persone che hanno passato la vita a farti la guerra, dovrei reagire come fanno tutti, ossia accettarle facendo finta di niente, sperando che un giorno si ravvedano sinceramente. Non so se valga la pena sperare in tempi migliori semplicemente perchè domani è un altro giorno. Ora come ora alla parola speranza associo il sinonimo illusione.
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Carissimi,

dopo un periodo di morte telematica, ritorno riemergendo dalle ceneri tipo araba fenice: c'ho avuto casa invasa dagli operai, ergo ero piuttosto presa da attività di riordino e rassetto. Attacchi di isterismo non sono mancati, non tanto per i lavori in corso, quanto per il vicinato che in tutta la sua campagnolità ha teso a farsi una vagonata di affaracci sua [*insert irony here*]. La fenomenologia era quella tipica della pagina facebook "Anziani che commentano i lavori in corso", ma potrei dire che la cosa ha anche trasceso. Oltre ad aver beccato un vicino fare incursioni mattutine portando con sè un amichetto suo al quale manifestava disappunto per come stiamo 'buttando i soldi' ["Anziani viventi in catapecchie conservando miliardi in banca che poi andranno in eredità a figli che, per questo motivo, non vedono l'ora che schiattino"], ho sorpreso pure un paio di visite guidate stile gitadellascuola sempre con anziani che spiegavano agli interlocutori, agitando le braccia qua e là, i vari lavori di ristrutturazione da noi apportati alla casa. L'apice si è comunque raggiunto quando ho sorpreso il dirimpettaio SPIARMI DENTRO CASA CON IL BINOCOLO. CON-IL-BINOCOLO.

Adesso io capisco tutto eh, dalla bellezza del conoscersi tutti al paesotto (...), al fatto che, come da migliore esperimento sociologico, se ti succede qualcosa, c'hai qualcuno che ti viene a soccorrere e non ti cammina sopra come accadrebbe nelle metropoli. PERO' RIGA'.

Per che votate voi, città o paesotto? Personalmente opto per Marte.

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Scusa se ti disturbo, scusa se non mi sono fatta sentire,
scusa se ti chiamo sul cellulare, scusa se ti chiamo a casa,
scusa per il ritardo
[2 minuti], scusa se sono in anticipo (?),
scusa ma non so che dirti, scusa per l'onestà,
scusa se esisto
(!)

Questi sono solo alcuni dei singolari e mirabolanti numeri di mea culpa nei quali sono consueta esibirmi, e probabilmente rendermi ridicola, dinnanzi alle persone.
Non so da dove derivi questa sindrome britannica del sorry perenne, sta di fatto che, nonostante un grado di orgoglio mediamente alto, non ho difficoltà ad ammettere i miei errori, ma anche a scusarmi per possibili ( e magari immaginari ) disagi che temo di provocare ad altri. Forse perchè vorrei sempre arrangiarmi in qualsiasi cosa. Ma come si guarisce da questo male? Anche perchè temo sia vero che chi chiede troppo scusa è come se non lo chiedesse affatto.
Accettasi suggerimenti.

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  • Non conosco bene i dettagli, ma, di sfuggita, ho appreso che Rossella Urru è libera. Ne sono molto felice.
  • Domani si parte alla volta di Milano per assistere al concerto dei Kasabian. Mi preoccupano:
  1. La location dell'evento che sarà l'Ippodromo del Galoppo in zona San Siro, che, oltre ad ospitare creature trottanti e galoppanti, pare contenga il più grande allevamento d'Italia di zanzare da sterminio di massa;
  2. Una possibile apparizione di J-Ax ad allietare (...) l'evento;
  3. Lo stato di salute vocale di Tom Meighan. Se siete credenti, intercedete presso San Biagio per lui, grazie.         
          Per il resto sono contenta perchè ritrovo dopo tempo la mia sorella karmica nonchè guida spirituale [livejournal.com profile] isha00 con la quale i concerti sono sempre esperienza memorabile, nonchè si avrà un possibile raduno tra logorroiche carampane twittere (<3 )

  •  Sperando nel dio dei mezzi di trasporto su rotaia, gli scioperi e il meteo, venerdì mi avvierò verso l'Alto Adige ZZudtirol per un piacevole finesettimana sempre in compagnia del suddetto guru. Ci recheremo in una località che desideravo vedere da tempo, che, nel mio immaginario, ho sempre considerato magica, e alla quale prossimamente dedicherò qualche riga.

Spero di tornare al più presto con post un po' più pregni, và.
Tschüss.



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Come forse già enarrai, il periodo delle scuole dell'obbligo fu per la sottoscritta una lenta agonia, fatta di una ripetizione perpetua di umiliazioni che potevano essere pubbliche, celate agli occhi dei più, fisiche o, peggio, morali [tutte cose che, potete immaginare, durante la crescita hanno portato vagonate di autostima]. Ogniqualvolta mi trovavo ad affrontare il momento della conclusione di un ciclo di studi, era un tripudio di gioia, più che per il risultato ottenuto, per la conquistata libertà, un po' come se mi fossi vista aprire dinnanzi le porte della Bastiglia, o la via di fuga dalle carceri di Guantanamo. I compagni di cella erano quelli che facevano il grosso del lavoro sporco, ma, durante un certo periodo, diciamo che anche le guardie penitenziali hanno dato il loro contributo [cogliete le fini metafore]. Credo sia da lì che mi è sorta una certa intolleranza per le autorità in generale, che mi ha portata, più in là con gli anni, a conquistarmi la fama di "ribelle" per la nonchalance con la quale mandavo a cagher [finesse] gente dimmerda che si faceva forza della sua posizione gerarchicamente favorevole per fare il buono e il cattivo tempo. Perchè è così che funziona, a quello che non ha paura di parlare gli si dà sempre sta etichetta folcloristica del "ribelle", di un fuorilegge che non rispetta tacite regole del quieto vivere, non volendolo chiamare per quello che in fondo è: un semplice amante della verità. Ma non divago oltre, torno alla questione centrale del post.

Come succede da qualche anno a questa parte, ricevo cortesi inviti per impedibili cene di classe! Ovviamente, irrimediabilmente declinate. Attenzione però, perchè dopo tutto l'innegabile pesante trascorso, e aver cercato di spiegare ad alcune persone le motivazioni per questi miei inamovibili rifiuti (come se ce ne fosse bisogno), mi son sentita dire che "m'attacco al passato". M'attacco al passato e non perdono, accidenti che cattiva cristiana che sono :(

La questione è che, in verità, questa gente credo di averla perdonata nel momento in cui ho cominciato a raccontare questi eventi , a lungo taciuti per vergogna, senso di colpa ed orgoglio (lo stesso orgoglio che in questo momento mi consiglierebbe di tornare indietro e cancellare quanto scritto per paura di sembrare patetica). L'ho ben perdonata sta gente sì, un po' per liberarmi del magone, un po' perchè mi sono resa conto che a taluni  il destino non ha riservato delle circostanze rosee.
Ma il fatto che non stia qui a rosicarmi perennemente il fegato a pensare a codesti individui, non implica che io debba considerarli una degna compagnia con la quale trascorrere un venerdì sera. Per quanto io non le possa odiare, queste sono persone che non si sono mai pentite dell'accaduto e dalle cui bocche non ho mai sentito uscire uno "scusa". Mi posso fidare di costoro? No. Voglio davvero impiegare il mio spare time con persone che da me vogliono solo ricavare nuovo materiale per il gossip da raccontare ad amici, parenti e comari di paese? Ma anche no.
Già si è costretti a fingere, fare la bella faccia, tutto il dì al lavoro o in situazioni formali; ora davvero sentite il bisogno di continuare la recita anche nel vostro tempo libero?
Io passo, grazie, a costo di fare la figura di quella che "s'attacca al passato".

Comunque, eh, come al solito: oltre al danno, la beffa.
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Anche se magari non siamo praticanti, abbiamo evitato come la peste chiese o catechismi, rasentato la blasfemia con battute oscene, o addirittura ci siamo professati atei, è fuori discussione che siamo cresciuti tutti in una società, in una cultura, con una moralità cattoliche. Allevati da nonne che ci nutrivano a forchettate di verdure da consumare pensando, contriti, ai bambinidell'Africachemuoionodifame, ed educati da maestre che ci insegnavano a rispondere con la non-violenza se il nostro compagno di classe ci usava come pungiball per la boxe. Principi di solidarietà e del porgere l'altra guancia di chiara tradizione cattolica, professati quasi da chiunque, non solo da uomini di fede.
Come dimenticare poi l'insegnamento del perdono, da concedere incondizionatamente a chiunque, pegno fare la figura dell'arcigno, dell'arrogante, della cattiva persona?

Perdono, una parola stuprata quasi quanto le espressioni artista e genio. Gente comune la usa a sproposito; peggio ancora quando a farlo sono giornalisti che, intenti ad inseguire qualche vittima di strage, mano di qualche sanguinario criminale, chiedono:"Lo perdona?"

Fondamentalmente sono dell'idea che spesso e volentieri questa sia una società dove si tutela più il carnefice che la vittima: ho l'impressione che si voglia addossare a quest'ultima sempre un ulteriore peso, quello del dover perdonare.
In passato mi sono chiesta quante volte fosse lecito dimostrarsi indulgente con una persona e se fosse necessario esserlo sempre, incondizionatamente, anche se quest'ultima non avesse chiesto venia in prima persona. E così, senza avere una risposta chiara in mente, ho provato. Ho concesso seconde, terze, anche quarte possibilità, e si può ben immaginare come non ne sia mai valsa la pena. Errare è umano, io stessa vorrei mi fosse concessa una seconda occasione dopo aver agito in fallo, ma il senso, l'utilità di concedere il perdono ad una persona che neanche si è resa conto del male arrecato o, peggio, pienamente consapevole ma per niente pentita, è inesistente. Perchè concedere ulteriori occasioni a persone che, inevitabilmente, continueranno a comportarsi come sempre? Forse, in questo caso, il perdono "figurativo" risulta utile solo a te, per liberarti dell'amarezza, per lasciarti la questione alle spalle e liberarti del "fantasma" di quella persona, ma di qui a continuare a frequentarla e ad accoglierla in casa propria, ne passa.

Pentiti peccatore, poi forse se ne riparla.

[In successivo post magari spiegherò da cosa è scaturito questo sproloquio filosofeggiante. Per sempre tediosa vostra.]
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  •  Oggi è ufficialmente il quindicesimo giorno di terremoto, ed è maledettamente vero, non si può comprendere cosa sia, finchè non lo si vive sulla propria pellaccia. Ieri, dopo lo scossa delle 21:20, il solito genio bazzicante sui sogialcosi ci dava dei sensazionalisti perchè "una magnitudo di 5.1 non è forte" ( ! minghia, aspetterò di venir inguirgitata dalla faglia di Sant'Andrea prima di gridare all'allarme) e qualcuno si è meravigliato quando ho raccontato che anche qui c'è gente che dorme nei garage per non stare all'ultimo piano dei condomini, o quando ho detto che io stessa è da due settimane che dormo vestita e con saccoccia d'emergenza pronta. La verità è che quando la strizza prende, prende. E che non sono una fifona, eh. Storicamente godo della fama della dura, una che sa affrontare il pericolo meglio di quanto sappia affrontare le relazioni d'ammore. La verità è che i nostri sono patetici tentativi di avere il controllo della situazione, dato che questo è un evento dinnanzi al quale c'è poco da fare. Sto vivendo nella costante angoscia di come farò a tirar fuori  una novantenne semi-inferma dal letto se dovesse sopraggiungere il pericolo di notte. Proprio non lo so.
  •  Sono notoriamente metereopatica. Quando è inverno, avverto sempre un intenso fastidio al ginocchio destro con almeno un paio di giorni d'anticipo sulla successiva nevicata. Non parliamo poi quando si tratta di cambio stagione, con una spossatezza generale che si abbatte addosso a mo' di macigno. Questi giorni, sarà la combinazione della tensione per il sisma e l'abbattersi di condizioni metereologiche che in gergo tecnico definirei "demmerda", mi sono tramutata in un rottame vivente , larveggiante di giorno e di notte, con dolori localizzabili un po' in tutte le articolazioni. Di particolare intensità su ginocchia, caviglia e polso sinistro, per non parlare poi dei sinistri cigolii ( ! ) provenienti dai gomiti ogniqualvolta li muovo un po'. Se necessitate di un dispositivo meteo per previsioni, in vista di ferie, feste, giorni liberi, stagioni del raccolto, mi candido ad un modico prezzo. M'accontento di vitto e alloggio.
  •  Non che sia una novità, ma la nostra classe politica vive totalmente fuori della realtà. La settimana scorsa, un terremotato intervistato, stanco del solito andirivieni di politicume che si presenta alle trasmissioni tv  incolpando sistematicamente i precendenti governi per tutti i mali del mondo e capace solo di parlare a vanvera e mai di proporre qualcosa di pratico, si è rivolto a suddetto esponente politico dicendo: "E allora me lo dica lei onorevole La Russa, la settimana prossima ho la raccolta delle ciliegie e il mio deposito è crollato. Dove le metto secondo lei, eh?" Risposta di Ignazio (con trascrizione letterale fedele all'originale):"Beh, stibadele nelle ghiese indando, no?" Stipatele nelle chiese. STIPATELE-NELLE-CHIESE. Eccerto come non pensarci. Nelle chiese pericolanti o crollate, come no. Bah, qua pare veramente di avere a che fare con la nobiltà francese de "non hanno il pane?dategli le brioche".
  •  In questo periodo ci siamo tramutati in "Italiani, popolo di geologi, sismologi e allenatori" ( che l'attenzione per il calcio non viene a mancare manco in sti momenti).

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L'unica poesia che mi avessero mai dedicato risale a quando potevo annoverare tre misere primavere, era opera di una poetessa dialettale che avevo incontrato in villeggiatura con la mamma, e narrava di una tartaruga talmente grassa da dover fare la dieta a base di insalata per poter riuscire ad andare avanti. Una tristezza infinita oltre che uno spoiler per l'innocente creatura qual ero, su quella che avrei constatato, più in là, essere la misera esistenza di una femmina adulta, ossia una perenne lotta con la bilancia anche quando non vi sono reali problemi con la linea (la tartaruga è lenta perchè ha il guscio ingombrante e le zampe corte, non perchè è grassa santoddio).

Ieri ho ricevuto in dono la seconda poesia della mia vita (soddisfazioni): un signore (con il quale ho collaborato) mi ha regalato una copia di una poesia di Kahil (meh, mainstream, ma non fateci caso...mi lamento sempre perchè sono una schifosa indie). E' una poesia d'ammore che, per quanto io creatura dal romanticismo degno di una zappa da orto possa non pienamente apprezzare, ho considerato un pensiero carino.

Sono una romantica che si atteggia a non-romantica: odio le smancerie e le zuccherosità, ma una poesia, un bigliettino, una dedica scarabocchiata in quarta di copertina colpiscono sempre nel segno.


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Quando mi lamento con le genti delle mille difficoltà di abitare in c*lo al mondo ( il negozio più vicino sta a due km, così come la prima fermata del bus...il tutto con un dislivello altitudinario non indifferente e strade con buche degne della Parigi-Dakar), mi viene spesso ripetuto che, al contrario, dovrei ringraziare Iddio ogni giorno per il fatto di risiedere in mezzo al verde, lontana dallo smog della città e dalle beghe di condominio. La verità è che i rapporti di vicinato sono una vera e propria piaga biblica sia in città, nel risiedere in condomini, che in campagna, in villette a schiera o in case di proprietà. E lo dico con cognizione di causa, dato che ho provato entrambe le entusiasmanti alternative.

Se il condominio sembra racchiudere il peggio della società e le riunioni dei condòmini rappresentare l'anticamera dell'Ade, vi assicuro che neanche tra le verdi terre è uno spasso. Chi decide di risiedere lontano dall'asfalto non sempre lo fa per l'amore della natura e dell'aria pulita; numerosi sono infatti i casi di persone, in città schizzinose o attaccabrighe, che decidono di 'delocalizzarsi' perchè, ommioddioh, i vicini erano proprio insopportabili, era ora di cercare un po' di pace, non rendendosi conto (o non volendo ammettere neanche sotto tortura) che il problema erano loro in prima persona. Questi illusi credono che la campagna (o la collina, quel che è) rappresenti un habitat in cui non si devono condividere spazi e dove possono fare tutto ciò che gli pare, optando quindi per una svolta campagnola convinti di poter essere i re incontrastati del mondo.

Ed è così che quelli che nei condomini ti parcheggiano l'auto nel tuo posto macchina o si lamentano con l'amministratore perchè nello spostamento di una sedia hai provocato troppo rumore ed eccessivo spostamento d'aria, sono gli stessi che in campagna ti piazzeranno il bolide davanti il vialetto o approfitteranno, senza problemi, dei frutti del tuo orto o del tuo giardino. Non parliamo poi della condivisione degli spazi. Realizzando, una volta effettuato il trasferimento, che vivere in campagna non significa stare in un eremo e che esistono effettivamente altri rappresentanti della loro specie, cominceranno a delimitare il loro prezioso spazio vitale erigendo muretti a secco alti due metri, piazzando recinti, reticolati, fili spinati degni di Guantanamo, in modo che non anima viva sconfini con un alluce nella loro proprietà. Ovvio che poi la cosa non sarà reciproca. Essi potranno infatti parcheggiarti la macchina di fronte al garage o piazzarti la loro spazzatura davanti l'uscio di casa.

Quando si tratta dei dispetti, in campagna ci si può sbizzarrire a più non posso. Se nel condominio cittadino, il vicino frustrato si esibisce in numeri di sparizione dello zerbino o di apertura della tua cassetta della posta, in campagna avrà molteplici fonti di ispirazione, date soprattutto dalla presenza di flora e fauna. Con la scusa di portar fuori il cagnetto a fare il bisognino, ad esempio, ello farà in modo che il suo amichetto a quattro zampe depositi le sue deiezioni solide a pochi passi dal tuo ingresso, o che, nell'espletazione di quelle liquide, disegni complessi ghirigori sulle tue pareti esterne.
Ello poi troverà infinita soddisfazione nel piantare di fronte casa tua, e direttamente davanti l'UNICO punto luce della tua cucina, uno sconosciuto vegetale dall'alto fusto e fitto fogliame (mai visto in zona e probabilmente fatto arrivare con un cargo dal Sudamerica per le sue caratteristiche di "rigogliosità") in modo che la tua stanza da pranzo rimanga nella perenne penombra. E nel momento in cui il sopracitato albero perirà, sostituirlo con un INTERO FRUTTETO di pesche della zona.

Ora ditemi, cosa deve fare un uomo per sopravvivere ai continui attentati della propria specie? Ma soprattutto, perchè ci si meraviglia quando la cronaca nera parla di vicini che si prendono a fucilate?

Dimenticavo, tutti i fatti qui citati sono testimonianza diretta, vicende vissute in prima persona. Rendetemi note le vostre esperienze di vicinato, cosicchè possa consolarmi (o spararmi ad un piede).

Che brutta razza quella umana. Meglio nascere piattole.


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Avete presente quella fase dell'etade adolescenziale nella quale, nonostante si sia dei teneri virgulti in fiore, si pensa di sapere tutto della vita? Ecco. Se rimembro quell'epoca, non posso fare a meno di irritarmi ripensando a che razza di piccola pustola arrogante ero. Non che mi atteggiassi a signorinasotuttoio o che fossi una spocchiosa petulante col grembiulino, anzi, ma ero quella tipica ragazzina con la luna storta, che, ommioddioh, nessuno capiva e che dentro di sè aveva un' assoluta, infallibile convinzione e nitida immagine di come le cose del mondo funzionassero e come dovessero per forza funzionare. Poco male, credo, dato che per quella fase ci siamo passati un po' tutti.

Uno dei dogmi dei quali mi ero fatta agguerrita profeta e accanita sostenitrice era quello del TALENTO. Il sacro fuoco del talento del quale solo una minima componente del volgo plebeo era fiera detentrice. Secondo la prima regola di vita della suddetta giovane guida celeste, la popolazione terrestre ( e possibilmente anche quella aliena ) si divideva in due macroinsiemi: quello dei talentuosi, che nascevano con una particolare abilità che il buon Dio aveva voluto loro concedere ( affiancata da una buona dose di lungimiranza e consapevolezza del loro "dono" che gli permetteva di sapere sin dalla nascita cosa avrebbero fatto nella vita ), e quella dei confusi, individui senza una particolare abilità che si dovevano accontentare di fare cose a caso e alla loro portata, anche se lasciarsi morire spiaggiati sulla riva di un fiume in secca, piangendo per la loro inutilità, sarebbe stato per loro più consigliabile. Ovviamente, manco a chiederlo, io ero parte di questo secondo gruppo. Ne ero il patetico presidente.

Non ero un'incapace, ero anzi una dura lavoratrice, ma la mia propensione al multitasking era vissuta come un deficit perchè comportava una naturale mancanza di un talento specifico. Questa cosa mi faceva stare veramente male, perchè mi ero testardamente convinta che gli eletti, i talentuosi, dovessero per forza avere in testa un'idea precisa di come sarebbe stato il loro futuro e la loro professione per la vita.

Parecchi anni dopo e parecchi coetanei iper-talentuosi dopo, visti buttare nel cestino il loro immenso ed ineguagliabile dono per paura o per pigrizia, mi sono finalmente resa conto che la realtà è ben diversa da come me l'ero immaginata. Il talento non rende tutto semplice. Non rende tutto automatico, nè tantomeno, in definitiva, conta così tanto. Se non ti trova pronto a lavorare e a rischiare è come un giglio piantato in pieno deserto. Un piccolo fiore bianco e meraviglioso destinato ad avvizzire perchè non ha trovato terreno fertile su cui crescere. Ho pure capito che essere convinti di non aver nessun talento in particolare è altrettanto sbagliato. L'età, l'esperienza, il provare di qui e di là ti insegnano a guardare con più attenzione dentro di te, ti inducono a scavare nel terriccio del tuo vaso e renderti conto che, appena sotto uno strato di fine terra, la semente del giglio c'era sempre stata. Bastava guardare con un po' più di attenzione.

Se dovesse mai passare di qui un adolescente in piena crisi esistenziale, mi sento quindi di dirgli di restare sempre affamato di esperienze, che gli apriranno gli occhi, e quindi guardare dentro sè stesso. Oltre che a smettere di fare il saccentino arrogante, prima che i suoi genitori decidano definitivamente di darlo in adozione.
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Succede che i fuori programma, le cose che accadono all'improvviso e che sembrano semplicemente una rottura di coglioni, sono quelle che in realtà hanno il potenziale di donare momenti tra i più belli e felici, in quella maniera così pura e totalizzante da risultare quasi infantile. Tanto che a volte ci si chiede dove stia il senso di una vita fatta di giornate costantemente programmate nel minimo dettaglio, fitte di impegni da rispettare doviziosamente, e che inevitabilmente ci scaricano addosso quell'orrenda sensazione di ansia di prestazione. D'altra parte sperare di condurre un'esistenza preda degli eventi e dei colpi di testa del momento forse è un po' troppo da sognatori, o se davvero si è disposti a live in the moment nel senso più autentico dell'espressione, allora si deve essere pronti a rinunciare a molte cose ( e anche a molte persone) nella propria vita.
Ma per la maggior parte di noi penso che in fondo non sia necessario niente di così trascendentale: saper intervallare momenti di spontaneità ed egoismo (se così vogliamo chiamarlo) alla miriade di doveri e responsabilità di cui le nostre vite sono pregne, credo sia più che sufficiente.

Domenica pomeriggio avevo un impegno abbastanza formale che, una volta recatami in loco, avevo scoperto essere sfumato. Di ripiegare su un'uscita con amici e parenti, tutti impegnati in una poco lontana ( e per me poco esaltante) festa folk, non ne avevo la benchè minima voglia, quindi mi ero ritrovata, sola, a meditare su cosa fare del mio triste resto del pomeriggio. E' stato alzando lo sguardo al di sopra del livello di miei occhi che ho deciso cosa ne sarebbe stato...


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Posso capire che avere a che fare con genti costantemente incazzate con qualcuno o qualcosa, non sia proprio il massimo, soprattutto se nella propria vita si applica una filosofia zen. Mi sento però di diffidare di tutti coloro i quali vedono nella rabbia un qualcosa di distruttivo, e che ti ammoniscono per qualsiasi tua, anche minima, intemperanza, scoraggiandoti dall'alzare la voce e scaldarti perchè sennò ti rovini il fegato per nulla.

Vivaddio che ci si riesce ad incazzare ancora per qualcosa, invece. La rabbia è carburante, è adrenalina, è scintilla che mette in moto l'impianto di risalita. Non fosse stata per la BBestia, nomignolo affettuoso con il quale chiamo la parte di Sara incazzosa e fumantina, non sarei mai riuscita a risalire certe chine.Qualcuno me l'ha pure chiesto in passato: ma come hai fatto a sopportare quella cosa? A superare? Merito della BBestia io rispondo.

Bene o male so che, per me, finchè c'è BBestia c'è speranza. Spero di riuscire a nutrire sempre un fondo di rabbia per le ingiustizie della vita, come spero si capisca che c'è da diffidare di chi non si arrabbia assolutamente per nulla. Le persone incapaci di arrabbiarsi, sono quelle capaci di odiare.
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Non ho mai amato particolarmente la neve, l'ho sempre ritenuta una rottura di balle, venendo perciò sistematicamente additata come una persona "poco romantica". La realtà è che la neve, risiedendo io a quasi 600 m di altitudine, è stata una costante della mia vita, l'ho vista spesso, mi ha messo i bastoni tra le ruote di continuo, quindi, sticazzi, è anche comprensibile non l'abbia mai vissuta come un dono del Cielo.

Come già narrai, cominciai ad averci a che fare sin dalla nascita, essendo io una dei noti "figli della nevicata dell'85". Mia madre, al fine di garantirsi un trasferimento tranquillo in ospedale per lo sgravamento della sottoscritta, si dovette spostare, con una settimana d'anticipo, ad altitudini più accettabili, in quanto gli addetti stradali non le avevano assicurato sarebbero stati in grado di rendere agibili le strade ancora per molto, se avesse continuato a nevicare a quella maniera. Mossa intelligente visto che in data 29/01/85 il livello di neve dinnanzi a casa mia fu rilevato a m 1,40. Ci siamo evitate un parto in casa alla vecchia maniera, o un recupero in elicottero molto real TV, come successe a qualche mio coetaneo.

Più in là con il tempo, neve significava rimanere a casa da scuola (il che poteva essere cosa buona, ma in realtà era vissuto come oddio-sonofuoridalmondo), oppure riuscire a scendere in città la mattina per non essere più in grado di rincasare la sera, perchè la tua fedele auto in salita 'gna faceva e ti abbandonava sul più bello. Ci si trovava quindi ad arrancare a piedi sù per queste salite con pendenza da giro d'Italia, tra due ali di auto abbandonate sul ciglio della strada, e romanticamente illuminati dal solo riflesso della luna sulla neve.

Con il tempo la tecnologia ci è venuta in soccorso anche per ciò che riguarda lo sgombero delle strade, quindi adesso non è più COSI' male. Sta di fatto che leggere e vedere i disagi vissuti nella Capitale (anche se con precipitazioni nettamente inferiori alle nostre) per la mancanza di mezzi idonei ad affrontare questo tipo di emergenze, mi ha fatto tornare indietro con la memoria e sibilare tra i denti "adesso capirete tutti perchè la neve NON è romantica". La neve sta bene sulle piste da scii e sui tetti delle case. Stop.

Gli unici aspetti positivi che riesco attualmente a trovare nelle precipitazioni nevose su strada, sono la purificazione dell'aria dalle polveri sottili, e l'abilità che ho acquisito nel guidare su ghiaccio e manto nevoso, robe che a Mika Hakkinen je farei magnà 'er nevischio, salutandolo con nonchalance dallo specchietto retrovisore.


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Riuscire ad andare d'accordo con mia nonna è robba tosta. Alla cocciutaggine tipica delle persone di una certa, si somma un carattere naturalmente saccente, irritante e pettegolo, che non le puoi raccontare una cosa che il giorno dopo, stai sicuro, è sulla bocca anche dei sassi. Arduo non avere i nervi a fior di pelle quando le si gira attorno.
La verità è che però, nonostante spesso e volentieri ti induca a voler sbattere la testa al muro e a tagliarti la lingua con l'accetta per non uscirtene con qualche frase infelice, è uno degli esseri umani che, in assoluto, ammiro di più.

Per qualche strana ragione, caratteri difficili da prendere sono spesso e volentieri bilanciati da una forte sicurezza, consapevolezza di sè, e da una determinazione che avercene tutti. Ed eccola lì com'è: la povera donna ha vissuto una serie di tragedie e peripezie che avrebbero abbattuto anche un golia, ma che lei, non si sa con che forza, ha saputo affrontare ed abbattere con il piglio del cingolato in marcia.

Ora, si pensava che dimostrazioni di proprietà di attributi cubici ne avesse già date a sufficienza, ed invece, probabilmente, non aveva finito. Il sopraggiunto stato di vedovanza e una sempre più scarsa autonomia di movimento potevano legittimamente indurci a temere per lei l'arrivo dell'apatia. Come no. Solo nell'ultimo mese, per dire, si è macinata qualcosa come sei libri. E giusto ieri se n'è uscita con una frase come: "A me sarebbe sempre piaciuto molto leggere, ma il lavoro, la famiglia, la vita...non me lo sono mai potuto permettere. Ora invece posso recuperare". Ed è così che, dall'alto dei suoi imminenti novant'anni, lei recupera. Con interesse ed entusiasmo.
E' pure così che, se mai Iddio me la volesse accordare, vorrei vivere la mia senilità: vecchia fuori e giovane dentro.

Questo è spaccare i culi. Mi inchino dinnanzi al potere di Nonna.


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Lo sapete che disgrazia siamo noi donne. Sempre a fustigarci per il nostro ‘inguardabile’ corpo, e per difetti probabilmente inesistenti e sicuramente poco rilevanti ai fini del giudizio su una persona.
Ad oggi, io posso affermare di avere un atteggiamento abbastanza #sticazzi, però di momenti critici ne ho vissuti, e ogni tanto capita ancora di ricadere nel trappolone. Liberarsi di giudizi estetici omologati che prevedono che un fianco largo sia un’appendice del demonio, anziché una caratteristica armoniosa e sinuosa, tipica della figura mediterranea, non è assolutamente facile. Soprattutto in una società in cui la donna viene cresciuta ed istruita a fare il suo dovere di essere creatura piacente ed appetibile, forzatamente rispettando quelli che sono dettami predefiniti ed incontrovertibili.

Per ciò che mi riguarda, anche nel periodo “odioprofondamentemestessa-fatemiunaplasticatotale”, le uniche cose delle quali non mi ero mai potuta oggettivamente lamentare erano unghie e capelli ( ! ) Unghie naturalmente lunghe e forti, e capelli soffici e boccolosi. Oggettivamente gradevoli alla vista. Ma, se ci potete credere, anche quelli non erano conformi ai dettami del Vangelo secondo Diego Della Palma, e quindi motivo di scherno (con ‘sollecitazioni’ odierne, ripetute come mantra, che recitavano “stirali-stirali-stirali”). Perciò quello che mi chiedo è: quanto di quello rifiutato dai canoni estetici è oggettivamente brutto? Quanto di ciò che è ritenuto bello da questi stessi criteri è effettivamente bello? Capelli ricci, non ‘di moda’ in un determinato periodo storico, sono ‘brutti’? Torsi talmente asciutti da poterci contare le costole, sono belli? O il solo fatto che questi fisici appaiano nelle copertine di moda, li rende gradevoli?

La verità è che è tutta una questione di attitude, e si dovrebbe andare fieri delle proprie peculiarità, siano esse ‘difetti’ o finti tali. Io stessa avrei potuto lisciare sti benedetti capelli, questo mio finto difetto, per evitare di sentire tante storie. Io però i miei ricci li ho sempre considerati il mio segno distintivo, nonché tratto ereditario regalatomi da papà e patrimonio di famiglia. Una mia amica inoltre, tempo fa, mi disse che secondo lei erano lo specchio della mia personalità. Mi piace molto pensarla così sinceramente.

Stesso discorso vale per i ‘difetti’ più palesi. Sono anch’essi un elemento di distinzione e devo sottolineare che, anzi, tra gli uomini e le donne più affascinanti che abbia mai conosciuto, o che abbiano popolato il jet-set, ho visto nasi aquilini, denti storti e ingrigiti dal fumo, ed occhi bicolore.

Poi, lo vogliamo dire? Fossimo anche dei CESSI, non avremmo forse il sacrosanto diritto e libertà di andarcene in giro in tutta la nostra cessitudine? E’ un paese democratico questo.

(E comunque sappiatelo, io dico NO alla piastra).

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Quando talvolta mi si chiede quali siano stati i viaggi più belli che ho fatto, spesso e volentieri il mio animo nostalgico ha la meglio, e mi ritrovo ad inserire nella mia speciale classifica "i viaggi sulla carta".

Da bambina, quando ero malata (spesso) o non ci si poteva muovere per gli impegni lavorativi dei miei, mamma estraeva le famose guide rosse del Touring Club ed era capace di portarmi con sè in fantastici viaggi immaginari tra quelle tristi carte stradali in scala 1:200.000. Non c'erano figure in quei libri, ma solo linee rosse, nere e gialle che si intersecavano e tanti nomi di città scritti fitti fitti. La cosa avrebbe dovuto scoraggiare o quantomeno annoiare un ragazzino - niente foto, niente palazzi o castelli - ma la verità è che la mia immaginazione era stimolata dai racconti della mamma che parlava di posti dove era stata o dove voleva andare, e dalla sua capacità di improvvisarsi capo-spedizione, ideando, sul momento, itinerari culturali e percorsi montani ed enogastronomici che avrebbero fatto invidia a qualsiasi catalogo dei più famosi tour operator.

Gli itinerari fantastici di mamma e il fatto di non potermi spostare quanto volevo, mi hanno indotta a desiderare profondamente il poter continuamente viaggiare da grande, e mi hanno insegnato quanto il non avere subito ciò che si desidera, sia positivo a volte, quanto ti insegni a lavorare per ottenerlo. E quanto poi sia maggiore la soddisfazione una volta arrivato dove volevi arrivare.
Questo mi fa capire, ancora di più, il perchè ogni volta che mi ritrovo con lo zainetto in spalla o il trolley al seguito, mi sembra di volare 10 metri da terra.


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E così fu il 2012. E con esso giunsero scaramanzie, credenze popolari, pseudo-profezie maya e presagi di morte.
Se chiunque abbia un minimo di senso critico si fa una sana risata dinnanzi a certi santoni che, periodicamente, fanno la loro comparsa annunciando la fine dei tempi, altrettanto sistematicamente vi sono frotte di creduloni che entrano in paranoia e, tremanti, attendono la data ics tenendosi per manina. Non credetelo impossibile: per esperienza vi posso dire che non è raro imbattersi in genti che, allarmate dai robertigiacobbo di turno, si ravanano l'internet alla disperata ricerca di spoiler sulla fine del mondo, come neanche ai tempi della stagione finale di Lost.
Ma quello che personalmente mi chiedo è: perchè temere una data random sul calendario quando, essendo noi fatti di materiale organico biodegradabile, possiamo morire in ogni momento? Tipo domani o fra due secondi? Perchè affidarsi alle parole di pseudo divulgatori scientifici alla mera ricerca di dati auditel confortanti?
La verità è che sfioriamo la morte praticamente ogni giorno e, a dimostrazione di ciò, di seguito stilerò la top 5 delle mie situazioni di morte sfiorata (che, NATURALMENTE, non potevano che essere spettacolari data la mia propensione naturale al disastro e alle cose poco ecclatanti) e poi mi si dirà se non sarebbe direttamente più opportuno mettersi sottovuoto per sempre:

#5 LA BISSIA CHE STRISSIA

La cosa meravigliosa dell'abitare in zone collinari immerse nel verde è che vi sono talune associazioni animaliste che ti scambiano per il Parco Nazionale della Majella e che stabiliscono l'impellente necessità che tu venga "ripopolato" di alcune simpatiche specie animali. In alcuni periodi dell'anno non è quindi raro venire sorvolati da elicotteri che, gioiosamente, lanciano carichi di esseri striscianti dalla lingua biforcuta. Succede talvolta che queste viscide creature decidano di avventurarsi nei nuclei abitativi e di dare il benvenuto a casa agli abitanti. Succede altresì che tu, non accorgendoti di nulla, ci cammini a pochi cm di distanza perchè l'amico si è mimetizzato con il granito del pavimento. Succede che, al contrario di ciò che si dice in giro - ossia che dai cieli vengono lanciati serpenti ASSOLUTAMENTE INNOCUI, quella trattavasi di VIPERA quindi potenzialmente VELENOSA. Succede che partono le litanie di insulti.
(n.b. questa la metto alla #5 solo perchè non ho la certezza si trattasse di creatura velenosa, sta di fatto che se non morivo avvelenata, crepavo d'infarto);

#4 UN CLASSICO DELL'AUTOMOBILISTA: L'AQUAPLANING

Per ben 3 volte, dopo che ha piovuto e sempre nella solita maledetta curva, il mio fedele catorcio mi ha tradita e ha tirato dritto con l'intenzione di sfracellarmi contro l'abitazione che sta lì sulla strada. Sistematicamente sono riuscita a fermarmi a circa 10 cm dal muro (non scherzo), grazie alle mie pregevoli doti di pilota dai riflessi pronti (...) Ormai quelli di quella casa lì mi conoscono, e ci si saluta amichevolmente;

#3 COME ON BABY LIGHT MY FIIIIREEE

Avete presente quei maledetti fornelletti a gas del tipo da campeggio? Ecco. Mio padre, un giorno, decise di estrarlo dal cassetto, nel quale stava facendo le ragnatele, e di testarlo IN CASA. Beh, l'affare, non si sa perchè, ha dato una fiammata di quasi un metro e a momenti io (ai tempi pargola) e il babbo si finiva a fare le torce umane. Il volo del fornelletto in fiamme, via terrazzo verso il cortile di sotto, viene ricordato tutt'oggi dai vicini come "lo schianto della cometa di Halley";

#2 A VOLTE NEANCHE STARE SOTTO LA CAMPANA DI VETRO E' SICURO

Le cose che succedono quando ci si avvia, controvoglia, di prima mattina verso l'Università. Può accadere di trovarsi a sostare sotto una campana del vetro sospesa in aria, mentre la nettezza urbana sta facendo il suo lavoro di travaso rifiuti. Con l'autista del camion che ti guarda con gli occhi fuori dalle orbite chiedendosi se sei pazza. Solo assonnata mio caro, solo assonnata;

#1 MORTE COL BOTTO

Trovate sia emozionante assistere ai fuochi d'artificio di Ferragosto in riva al mare? Vi sentite sicuri se gli addetti dello stabilimento balneare vi confinano, a debita distanza, al di là di un cordone di sicurezza? Vi sentite ancora sicuri nel momento in cui un botto scoppia con largo anticipo ad altezza d'uomo ed un detrito incandescente di discrete dimensioni si proietta verso di voi sbagliandovi di una ventina di cm? Ecco, io no.

E ora ditemi, cari catastrofisti, avete ancora paura del 21/12/2012 o vi è sovvenuta la paura di uscire di casa? Perchè, ve lo posso giurare, non sono io che porto sfiga, questa è la vita.

Live long and prosper. E lo direi pure ai Maya se non si fossero estinti.
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Dopo secoli, finalmente mi sono presa la briga di dare un aspetto accettabile alla mia pagina profilo. E' stato interessante redigere la mia biografia, cercare di riassumere in poche ( ! ) righe da dove vengo, cosa ho fatto e non, ed espormi un minimo a chi è solito leggere i miei sproloqui. Ovviamente è una bio che sprizza serietà da tutti i pori. Chi riuscirà a leggerla per intero, vincerà un pandoro ripieno di crema al rhum. Come quello di cui mi sono nutrita appena prima di redigere le suddette memorie.
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Il Natale, da due/tre anni a questa parte, è diventato indiscutibilmente un peso. Non una seccatura od una noia, ma un vero e proprio peso. Un'angoscia. Questo è sentimento comune a tutti coloro i quali hanno la sfortuna di aver perso persone care. Riunirsi attorno ad un tavolo e constatare che ogni anno si è sempre in meno, mette una tristezza addosso che ti lascia l'amaro in bocca e il luccicone agli occhi. Per quanto si possa predicare "tanto è qui con noi, nei nostri pensieri", nella cruda realtà la sedia che ogni Natale era consueto occupare, rimarrà irrimediabilmente vuota. Provare a sedersi in quel posto, pur di non vederlo vuoto, posso assicurarvi che non funzionerà, perchè quello non sarà mai il *vostro* posto.

Non ne abbiano a male tutti quelli che hanno passato il Natale in chiassosa allegria, se quest'anno ho rivolto i miei pensieri a quelli che avrebbero contemplato tristi sedie vuote. Posso solo dirvi di godervi questi natali festosi e in compagnia e di serbarne il prezioso ricordo. E fate tante, tante foto.
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Si sta come d'inverno, sugli alberi, i cachi.

Se la versione ungarettiana, con oggetto le foglie autunnali, stava ad indicare la precarietà della vita, questa, a mio avviso, dà bene l'idea dell'atrocità della stessa. Della serie "finiremo tutti a mangiare la polvere, spiaccicati a terra come dei cachi maturi".

E adesso portatemi da uno bravo, presto!

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