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Carissime e carissimi,

rieccoci pronti a riprendere la nostra passeggiata vicentina. L'altra volta vi ho ignobilmente abbandonato sul Monte Berico: da qui vi riprendo per poterci avviare verso il promesso centro città.

Vicenza dall'alto
Dalla balconata di Piazzale della Vittoria guardiamo la nostra meta.
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Già da tempo frullava nella mia rizzuta testolina l'idea di dedicare qualche riga ai luoghi natii ed ecco che finalmente mi sono decisa a farlo.
Scrivere di casa propria in un journal personale trovo abbia una logica dato che, fondamentalmente, un individuo, oltre che delle proprie esperienze, è anche risultato delle proprie origini. Andrò ad utilizzare tre post perchè il tessuto urbano e culturale di un territorio è cosa assai complicata da articolare: dapprima guarderemo il mio territorio da lontano, da un particolare punto di osservazione, e man mano ci avvicineremo fino ad arrivare nei pressi di casetta mia.
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Non so che tipo di rapporto abbiate voi con il passato con la P maiuscola. La città dalla quale provenite è intrisa di storia? Ci sono ponti romani, vestigia, rovine medievali a ricordarvi che il passato è parte attiva del presente?

La frazione dalla quale provengo, in confronto a numerose altre italiche realtà, è una giovincella. E’ riportata alle cronache per un recente ed atroce fatto che si è consumato nel 1944: un eccidio nazista che ha tolto la vita a numerosi civili e partigiani. Il 9 settembre di ogni anno, a memoria dei caduti, si è puntualmente ricordato il triste avvenimento riunendo sopravvissuti, famigliari, autorità civili e religiose, la comunità tutta. Quest’anno se ne celebrava il settantesimo anniversario.

Nella mia ingenuità di ragazzina, negli anni della mia adolescenza, ho sempre partecipato a questa adunata con un sentimento che adesso chiamo di vuoto orgoglio: tutto quello sventolare di bandiere, gonfaloni e tricolori non nego esercitasse un certo fascino su di me, discendente di un martire “della Patria”. Non mi rendevo conto che non è l’autorità ad essere portatrice della memoria, ma la comunità stessa. E’ in un soffio, con il passare del tempo, che i sopravvissuti vengono meno, così come la volontà di tenere viva la memoria.

Proprio quest’anno, in concomitanza con questo importante anniversario, ho per la prima volta visto panche interamente vuote durante la cerimonia commemorativa. Durante le ultime elezioni enormi pannelli destinati all’affissione dei manifesti elettorali, nascondevano il monumento in memoria ai caduti, per poi, tra l’altro, rimanere irrimediabilmente vuoti. Segni palesi, non di una volontà di dimenticare, ma proprio di fregarsene, che è anche peggio se volete una mia opinione. Una volta morta l’ultima staffetta partigiana, l’ultimo testimone di quel funesto giorno, temo ne resterà traccia solo nei libri di storia locale. Che solo qualche curioso leggerà.



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Succede che manco al paesello si può più stare tranquilli ragazzi, robe che non ci si può credere. Fino all'altro dì, a parte qualche tristissimo caso di furto di ortaggio dall'orticello del fattore, il mio 'quartiere' poteva vantare un tasso di criminalità ( ! ) tendente allo zero. Ora, complice l'infausta crisi, pare che le cose stiano cambiando velocemente.

La cosa "buffa" è che uno poteva figurarsi, che ne so, tentati borseggi, scassinamenti delle macchinette cambiasoldi, del distributore automatico della benzina (ma per carità, non forniamo spunti) ed invece la tristezza regna sovrana anche nella microcriminalità. Il cimitero, infatti,  pare essere il nuovo territorio d'azione degli aspiranti Arsenio Lupin (lupìn, pronuncia alla veneta) dell'alto vicentino. Dopo innumerevoli casi di sparizione di vasi di fiori prelevati da loculi, lapidi, cappelle di famiglia, anche la povera anima di mio nonno è stata 'derubata' di due vasi nel giro di pochi mesi. Ultimo caso proprio oggi.

Tempo di andargli a fare visita, constatare l'accaduto e tornare indietro a prendere la macchina, che ci si ritrova poi questa altra graditissima sorpresa...

['peccato' per il novello Arsenio che in questa macchina non tengo l'autoradio, tiè]

Cioè, manco i morti vengono risparmiati. Tanto odio per l'umanità.
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Succede che i fuori programma, le cose che accadono all'improvviso e che sembrano semplicemente una rottura di coglioni, sono quelle che in realtà hanno il potenziale di donare momenti tra i più belli e felici, in quella maniera così pura e totalizzante da risultare quasi infantile. Tanto che a volte ci si chiede dove stia il senso di una vita fatta di giornate costantemente programmate nel minimo dettaglio, fitte di impegni da rispettare doviziosamente, e che inevitabilmente ci scaricano addosso quell'orrenda sensazione di ansia di prestazione. D'altra parte sperare di condurre un'esistenza preda degli eventi e dei colpi di testa del momento forse è un po' troppo da sognatori, o se davvero si è disposti a live in the moment nel senso più autentico dell'espressione, allora si deve essere pronti a rinunciare a molte cose ( e anche a molte persone) nella propria vita.
Ma per la maggior parte di noi penso che in fondo non sia necessario niente di così trascendentale: saper intervallare momenti di spontaneità ed egoismo (se così vogliamo chiamarlo) alla miriade di doveri e responsabilità di cui le nostre vite sono pregne, credo sia più che sufficiente.

Domenica pomeriggio avevo un impegno abbastanza formale che, una volta recatami in loco, avevo scoperto essere sfumato. Di ripiegare su un'uscita con amici e parenti, tutti impegnati in una poco lontana ( e per me poco esaltante) festa folk, non ne avevo la benchè minima voglia, quindi mi ero ritrovata, sola, a meditare su cosa fare del mio triste resto del pomeriggio. E' stato alzando lo sguardo al di sopra del livello di miei occhi che ho deciso cosa ne sarebbe stato...


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Quando c'è di mezzo la terra natia, in linea generale si ha la tendenza a parlarne in duplici termini di odio/amore. Questo è soprattutto vero per noi italiche genti, così avvezze ad incazzarci come iene quando pungolano il nostro orgoglio italico, ma altrettanto capaci di autolinciarci senza pietà. Ma così è giusto che sia, dato che credo sia bene diffidare di sentimenti radicalmente nazionalisti, che alla fin fine rischiano di diventare sempre qualcosa di paurosamente e pericolosamente estremista.
Cercare di vedere entrambi i lati della medaglia è quello che cerco di fare con l'amata madrepatria, ma anche, in termini più campanilistici, con il Veneto.

Se si cercasse una definizione della mia regione in grado di inglobarne, in due righe, sia pregi che difetti, credo che qualcuno non si farebbe problemi a dipingerla come "terra che ha veduto l'anima al diavolo". Senz'altro una considerazione pesante, tuttavia contiene in sè un fondo di verità. La verità di una terra che un tempo quasi ostentava valori di semplicità, di attaccamento alla terra e al calore del Focolare, e che ora si è votata agli altari del dio Denaro e di Sire Cemento. Una terra che poco si concede al sentimento, al divertimento e alla cultura, e più che essere conosciuta per grandi scrittori, intellettuali e politici, è nota esclusivamente per gli imprenditori. Imprenditori anche illuminati talvolta, ma accompagnati da una schiera di colleghi della piccola, media, grande imprenditoria che, con il supporto di amministrazioni locali sin troppo concessive, si è data alla cementificazione selvaggia e alla deturpazione del paesaggio. Personalmente ho sempre trovato incredibile come si potesse favorire con cotanta leggerezza una costruzione così intensiva e brutale di queste cattedrali di cemento armato che si vedono in giro e di immense zone industriali, con capannoni che 3/4 delle volte rimangono VUOTI, in una delle regioni tra le più turisticamente attive e visitate al mondo. Ma questo probabilmente è il risultato di una mentalità che riconosce come unica fonte di entrate il secondario, l'industria pesante, il sudore della fronte e la speculazione edilizia, non vedendo nella cultura e nel patrimonio artistico la memoria storica della propria terra ed una fonte importante di ricchezza, dato che si sta qui a parlare di grano.

Ultima novità in materia ad avermi lasciata a dir poco allibita è ciò che sta avvenendo a Padova. Zona Abbazia degli Eremitani-Casa di Galileo-Cappella degli Scrovegni, tanto per orientare chi si destreggia nella zona (ma anche chi non è proprio pratico, capirà che questa è una zona chiaramente turistica). In tale area storica vi è appena stato ultimato un parcheggio ( e vabbè), ed ora sono in progetto un GRATTACIELO di metri 104, e un AUDITORIUM che andrà a sorgere, attenzione, a meno di 200 metri dalla Cappella.
L'ampia opera di cementificazione già avviata ha modificato la capacità di assorbimento delle piogge da parte del terreno, e la prevista costruzione dell'Auditorium non fa altro che aumentare la preoccupazione generale, visto che la falda acquifera che lì vi passa, è direttamente collegata a quella che scorre sotto la Cappella (che già in passato ha avuto problemi di allagamento degli scantinati). Abbiamo già una volta rischiato di perdere gli Scrovegni,  a causa dell'inquinamento che aveva compromesso le decorazioni pittoriche , ed ora nuovamente li mettiamo a rischio con questa leggerezza.

Kiss of Judas * Giotto di Bondone by Carla216

Se volete dare il vostro contributo, qui c'è il sito del comitato che sta cercando di agire per la sua tutela, e qui una petizione online volta a chiedere QUANTOMENO vengano realizzate opere di ispezione e salvaguardia del sottosuolo della Cappella.

Spero ancora nel giorno in cui questa terra e l'Italia tutta, si renderà conto di quale tesoro ha per le mani. Forse arriverà.
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Quando mi metto a criticare il mio allegro paesotto, il vecchiume intrinseco alla mentalità veneta e la visione antiquata della donna, ai più potrebbe sembrare che esagero. Magari si potrebbe pensare che calco un po' la mano e romanzo un po'. Ecco, vi assicuro che no. In ogni caso penso che chiunque abiti nelle periferie o all'interno di determinate realtà di origine rurale, possa garantire per me: determinati ambienti italici sono decisamente retrò. Oggi ve ne darò un'ulteriore dimostrazione parlandovi di un'usanza barbarica alla quale la giuovine donzella in età da marito deve sottostare: la costituzione della dote.

Come saprete, nei tempi andati, la maggiore preoccupazione di un padre di famiglia con figlie a carico, era quella di essere in grado di sostenere finanziariamente il matrimonio della propria prole. Una donna, non rappresentando forza-lavoro e non contribuendo al sostentamento economico della famiglia, al momento delle nozze doveva quantomeno provvedere a portare con sè il materiale necessario alla cura della casa e una discreta somma di denaro accordatale dal padre. Inutile sottolineare che, in epoca di matrimoni combinati, i verdoni che un padre era disposto a lasciare in dote alla figlia potevano rappresentare il fattore decisivo che faceva propendere un uomo al matrimonio e che determinava l'effettivo "appeal" di quella donna. Naturalmente ne risultava anche che quest'ultima poteva sperare di sposarsi o meno in base al suo "potere d'acquisto".

Ad oggi le cose sono, chiaramente, cambiate, ma questa storia della dote, dalle mie parti, porta ancora con sè un paio di strascichi. Il primo è un detto popolare: "Te poi sposarte sensa dota"( ossia "puoi sposarti senza dote", espressione che gli anziani rivolgono alle ragazze particolarmente gradevoli all'aspetto per render loro partecipi del fatto che, grazie alla loro avvenenza, potrebbero sposarsi anche senza avere una dote). Il secondo strascico è che sì, ancora ad oggi diverse famiglie (o meglio, madri) si preoccupano di fornire una dote alle figlie. Grazie a Dio è stato dimenticato l'aspetto monetario della cosa, ma ancora resiste la consuetudine di ammucchiare biancheria, pentolame e ciarpame vario per la casa futura della figliuola. Capiamoci: se si trattasse di ragazze in vista di matrimonio che vengono aiutate dai parenti a raccogliere materiale utile per la nuova famiglia, non starei qui a contestare o a fare dell'ironia (soprattutto in un periodo come questo dove il piatto piagne); il problema è che, a tutt'oggi, questa attività di collezionismo di materiale domestico viene fatta partire con decenni d'anticipo, nel momento nel quale queste donzelle non hanno prospettive matrimoniali, nè tantomeno l'ombra di un fidanzato. La cosa meravigliosa, inoltre, è che , una volta che la ragazza raggiunge i diciotto anni e quindi la sospirata (?) "età da marito", compaiono miracolosamente alla sua porta stuoli di cesaricadeo e giorgimastrota pronti ad offrire le loro forniture di pentolame ed occuparsi del loro non-imminente matrimonio.
Vi garantisco che ho dovuto cacciare personalmente impavidi venditori porta a porta che volevano fare di me una giuovine donna maritata, felice della sua batteria di pentole in acciaio inox 18 10. Sono altrettanto consapevole di madri che hanno invece voluto provvedere alla felicità (?) delle loro figliuole comprando suddetto pentolame quando queste avevano ancora i denti da latte ( una conoscente si è comprata il servizio circa 6 anni fa e, a quanto mi risulta, ad oggi abita ancora con i suoi; immagino come il suo servizio si starà sentendo utile lassù in soffitta, a prendere polvere).
Quello che quindi mi chiedo è PERCHE'? Perchè prendere con decenni di anticipo cose che, quando utilizzerai, saranno tristemente obsolete?

Vi prego, fatemi sapere se anche da voi persistono queste usanze tribali, perchè quando l'ho raccontato alle mie amighe non vicentine, non ci potevano credere e mi hanno perculato assaje.
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Immaginate della gente distinta che passeggia per le vie del centro nella tipica cittadina del benestante nord-est. Chi in tenuta da lavoro e ventiquattrore alla mano, chi con marito sottobraccio e barboncino al guinzaglio. Immaginate ora, in questo scenario di ordine e compostezza, una disperata che, in un impeto schizzofrenico, si lancia sul ciglio della strada scaraventando letteralmente il contenuto della propria borsa sul marciapiedi, all'affannosa ricerca di un postepay perduto. All'improvviso tutti gli sguardi si puntano, allibiti, sulla ragazza. Occhi sgranati. Bocche spalancate. Dopo l'iniziale inorridimento generale, la gente sembra però tornare a farsi gli affari propri e man mano espressioni compassate tornano a materializzarsi sui volti dei passanti.

Lungo lo stesso marciapiede, dove sta riversa la giovane ancora in preda all'isteria, un ragazzo e una ragazza si imbattono l'uno nell'altra e si salutano come fossero vecchi compagni di scuola che si rivedono dopo una vita. La pazza isterica dimentica per un attimo la sua tragedia personale e, curiosa, affina l'orecchio e ascolta quello che i due hanno da dirsi. Dopo l'iniziale scambio di convenevoli, il ragazzo racconta del suo lavoro, della sua casa, del fatto che si è lasciato con la morosa dopo 6 anni di fidanzamento e che ora si sta vedendo con una nuova tipa. La ragazza, dopo aver mostrato letteralmente il proprio cordoglio per la fine della storia del suo amico, prende a filosofeggiare sull'ammore e delizia il creato con una perla di saggezza: - No perchè per me avere una famiglia è la cosa più importante. Io, quando avrò la mia schiera di figli, troverò LA felicità. Mica voglio essere come quelli che vedi farsi le vasche* in piazza il sabato sera a TRENT'ANNI , mioddio, e che aspettano ancora l'anima gemella. Ma fatevi una famiglia!-

Scemato il panico iniziale, la ragazza del postepay (io, chi volete che sia)  è ora in preda ad un altro stato d'animo. La consapevolezza. Ora è tutto chiaro. Alla veneranda età di trent'anni se non si sarà ancora creata una famiglia, le resterà solo una cosa da fare. MORIRE.
E, alzando i tacchi, si avvia verso la posta, rimuginando sul testamento e su come parenti ed amici potranno disporre dei suoi beni.



* fare le vasche = fare lo struscio
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Già in questo post vi parlai della signora Laquidara e della sua ultima fatica artistica, una sorta di concept album sulla figura mitologica dell'anguana. Oggi mi trovo a riparlarne volentieri per testimoniarvi la resa live di questo disco meravijoso.



Patrizia The Voice Laquidara
, Canto o non Canto dell'Anguana, è una che vale la pena di andare a sentire senza alcuna ombra di dubbio. In tre parole: competente, talentuosa, raffinata. Una di quelle perle rare di talento, tecnica e poesia del panorama musicale italiano, qualsiasi sia il "genere" nel quale decide di muoversi e sperimentare. Con questo lavoro ha scelto di addentrarsi nel nell'ambito del folk veneto, anche se, quando si parla di musica, i confini di genere sono ovviamente sempre poco definiti e definibili.

La parola d'ordine per questo live è stata suggestione. Gli arrangiamenti, la voce sublime e un sapiente uso degli echi hanno reso a pieno il senso del magico e l'impressione di trovarsi in balia dell'incantesimo di una di queste maliarde fate dell'acqua. Atmosfere fatate, incantate e oserei dire quasi ipnotiche, tanto da affascinare il pubblico che si è concesso di applaudire solamente quando assolutamente certo l'ultima nota del brano fosse stata suonata.
Non sono comunque mancati degli ingredienti d'ironia, dai racconti di collaborazioni artistiche nate a seguito di scontri automobilistici, al fatto di averle visto dare vita ad una delle esibizioni live con il maggior numero di attrezzi di carpenteria sfruttati per il loro potenziale sonoro (mai suonato un segaccio con l'archetto?)

Esibizione eccellente e album che, nonostante vada a pescare in ambiti folk e tradizionali, è assolutamente fruibile e moderno anche grazie all'impiego di campionamenti e la presenza di una parte di elettronica.

Che dire, se passa dalle vostre parti, alzate i culi e andatela a sentire.




[Se volete saperne un po' sulla figura dell'Anguana, prestate attenzione all'inizio del video]
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Già vi ho reso partecipi, in precedenti post, di alcune fantastiche storie, credenze, paturnie e scorci di vita veneta e posso presumere che, leggendo, vi sia scappato mezzo sorriso e vi siate potuti creare una certa impressione sul grado di apertura mentale  che vige nel mio paesello dell'alto vicentino.
Beh, paesello. E' anche una bella cittadina popolosa, industrializzata, multiculturale (tanti extracomunitari), tuttavia presenta le tipiche caratteristiche della mentalità del nord-est, ossia un attaccamento viscerale al passato e la cocciutaggine con la quale si portano avanti determinate convinzioni, comportamenti e fissazioni, spacciate per "rispetto delle tradizioni" (le tradizioni so' altre , signori).

Se vi trovate a scambiare una parola con le anziane del loco ( polite way per definire quelle vecchie baldracche paesane inacidite), di sicuro elle non perderanno l'occasione per rimarcare quanto le giovini d'oggi siano delle "poco di buono che vanno in giro nude e non sanno fare manco da magnà"(cit.) e vi diranno che il mondo è perduto perchè la donna non è più quell'essere sublime, benevolo, pacifico, materno, accogliente e sempre votato al perdono. Ovviamente è sottointeso che loro erano e sono così (...) L'angelo del focolare. La donna angelicata.

Naturalmente ho sempre creduto tantissimo a questa loro trascendentale perfezione, tanto che ho proprio davanti agli occhi questa immagine di loro che correvano dietro ai mariti munite di mestolo o mattarello, branditi come armi di distruzione di massa.
Quando poi, sfogliando un testo di tradizioni popolari locali, mi son trovata dinnanzi alla seguente produzione tramandata oralmente, non ho potuto che cementare le mie convinzioni. Sentite qua che eleganza, rispetto et ammore universale:

Invocazione di malaugurio della ragazza offesa e risentita contro l'amante:

Caro amante desiderato
desidererei vederti molto ammalato
e nella tua malattia entrate
tante cose desiderate:
che te vegnésse el tifo, el tanfo,
[trad."che ti venisse il tifo, il tanfo]
la rògna, el sgranfo [la rogna, i crampi]
e la petéce for da le réce [e l'otite alle orecchie]
e le maruèle, che quando [e le emorroidi, che quando]
te vèrsi el buso te vedi le stéle. [apri il buco der cù vedi la costellazione di Orione]

[Ragazze prendete nota che questa ci torna utile sicuro].

Fonte: "Civiltà popolare della Valle dell'Agno", 1990.
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Dalle mie parti si dice che ogni volta che il cuculo ripete il suo verso, ti allunga la vita di un anno. 

Ce n'è uno nel boschetto dietro casa mia che "cuculeggia" ininterrottamente da una settimana.
Vivrò tipo in eterno? 
Hope not.
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In genere quando si parla di fate, gnomi, folletti, ninfe o altre creature dei boschi, si va automaticamente a pensare ai miti della cultura irlandese o nord-europea in generale, e si tralascia o si ignora il fatto che tramandare certe leggende circa l’esistenza di queste creature è cosa anche italica e per la precisione tipica della cultura contadina qui del nord. Che poi queste credenze siano figlie dello stesso ceppo celtico è altamente probabile, dato che i nostri amici celti hanno scorrazzato un po’ per tutta Europa.

Qualche anno fa, durante un soggiorno in Irlanda, rimanevo allibita, stupita, divertita (mi sganasciavo) dinnanzi ai racconti di un tizio distinto che bazzicava il locale nel quale lavoravo , che, in questo tono sicuro e fiero , mi raccontava di frequentarsi abitualmente con un lepreciauno (…) Non avevo pensato che anche i nostri saccenti vecchini veneti raccontavano, convinti, storie sull’esistenza di salbanei (folletti) dispettosi e spaventosissime anguane.

Ci ha pensato Patrizia Laquidara con il suo “Il canto dell’anguana” a ricordarmi di queste leggende.
Patrizia, cantautrice di origine siciliana con alle spalle due album, una partecipazione a SanScemo e (forse) mediaticamente conosciuta per Destinazione Sanremo e la colonna sonora di Manuale d’Amore, ha deciso di rendere omaggio alla terra d’adozione vicentina richiamando nel suo LP questa figura mitologica dell’anguana.

Le anguane erano creature metà donne e metà serpente che stanziavano tipo in branco in grotte nei pressi di corsi d’acqua, dalle quali uscivano di notte con cesta di vimini cariche di panni da lavare, accompagnandosi con canti che risultavano ammaliatori alle orecchie degli “umani”. Proprio per ciò si raccomandava ai maschietti, piccoli o grandi che fossero, di stare alla larga da questi luoghi per non venire soggiogati e rimanere per sempre prigionieri di queste donne all’interno delle buse (le grotte, appunto). Nella pratica una sirena 2.0 o un’ondina della tradizione germanica.
Ovviamente le versioni circa la natura delle anguane si sono moltiplicate nel tempo e in molti casi la loro figura non appariva così maligna o “animalesca”. Molto spesso risultavano essere delle donne piuttosto piacenti, dai lunghi capelli, e che usavano vestire di bianco. In qualche caso si sposavano, rimanendo pur sempre delle creature misteriose, con il segreto inconfessabile circa la loro reale natura da celare anche ai loro mariti. Ed è proprio per potersi mostrare nella loro essenza più autentica che almeno una volta al mese si recavano presso un corso d’acqua, allontanandosi da sguardi indiscreti ed invitando i loro compagni a non pedinarle. L’uomo ovviamente, come nelle più tristi delle storie (e nel più classico dei casi), finiva per rovinare tutto spiando la moglie-anguana lungo il torrente/fiume/ruscello e obbligandola quindi a sparire per sempre (poi sono le donne quelle che non si fanno gli affaracci propri).

Morale della favola: in una coppia meglio non pretendere di conoscere tutto l’uno dell’altro, rispettare gli spazi reciprochi e mantenere sempre un certo “mistero”. Questa è la lezione che Patrizia ha ricavato da questa storia e che ha deciso di cantare ne “L’acqua fioria”, seconda traccia di questo LP.



Album assolutamente da non perdere per gli amanti del folk (Patrizia viene accompagnata dagli Hotel Rif, gruppo folk di tutto rispetto) ed è un’ennesima affermazione di questo rispolvero della musica dialettale e di questo rinnovato bisogno di far conoscere la propria identità locale al di fuori dei confini della propria regione.
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Dovete sapere che sin dall'infanzia il veneto medio convive con un perenne senso di inadeguatezza e con un forte complesso di inferiorità  nei confronti delle "vecchie generazioni". E, badate bene, non è che tutto ciò sia casuale o frutto di un'involontaria pressione esercitata dalla vecchia guardia sulla nuova. Se c'è una colpa di cui i nostri infallibili predecessori si macchiano è il consapevole sadismo che molto spesso permea il loro giudizio, anzi dissenso nei confronti di noi ggiovani. Ed è una sorta di catena di Sant'Antonio, un'insana consuetudine che si perpetua di generazione in generazione tramite la quale la frustrazione del pinco palla di turno, mai stato all'altezza delle aspettative dei propri genitori, si riversa sul figlio che a sua volta farà ricadere, triplicata, sulla sua prole. Decennio dopo decennio il fardello si fa sempre più pesante, con una generazione odierna che si trova sulle spalle il peso di nonni e bisnonni che "loro sì sanno cos'è la guerra e cosa vuol dire soffrire la fame" e genitori che sbandierano le loro lotte sociali fatte di rivolte studentesche e scioperi degli operai.

Questa "rivalità generazionale" è una cosa che credo esista dalla notte dei tempi e un po' in ogni dove, ma sono altrettanto convinta che nella realtà veneta, un tempo contadina, raggiunga il suo apice massimo. Se venite da questa regione e non siete più proprio di primissimo pelo, avrete anche voi senz'altro sentito, almeno una volta nella vita, l'irrefrenabile esigenza di svilire la prole ed affermare la vostra supremazia con LA frase chiave. Sì, quella. "Mi ala to età saltavo i fossi par longo"( i "fossi" sono quei "canali" d'acqua che scorrono ai fianchi di alcune strade ndr).

Il "saltatore di fossi" è questo esemplare di superuomo dannunziano dalle mille risorse incarnato dal veneto-tipo, talmente ligio al dovere, bravo in ogni cosa e dalle energie inesauribili, da essere in grado di saltare da un'estremità all'altra di un fosso, altro che da una sponda all'altra. Questo Andrew Howe de noantri veneti è una figura mitologica entrata nell'immaginario collettivo e temo ormai popoli anche gli incubi degli infanti, incutendo terrore al pari dell'uomo nero.

Supereroi a parte, non è di certo raro per un giovane veneto sentirsi fare determinati tipi di discorsi. Ancora oggi mi giunge novella di ragazzi "bullizzati" da simpatici vecchietti che vanno loro a dire che "altro che scuola, io alla tua età stavo nei campi a lavorare", "non ci sono più i giovani di una volta" o "noi sì che davamo valore alle cose". Non sto di certo qui a smentire che quella corrente sia una gioventù chiaramente viziata e disorientata e che questa sia una società votata sempre di più al consumismo e al dio danaro, però non accetto neanche mi venga detto che una volta era tutto diverso e che le persone erano tanto migliori. Veramente, che non mi vengano a raccontare la storiella che una volta certe cose non succedevano e che la gente di campagna sapeva quali erano i "veri valori" perchè teneva bene alla mente qual era la regola d'oro ossia "la vera ricchezza viene dalla terra". Purtroppo potrei citare anche dei contadini tra l'elenco delle persone che, durante il regime, denunciarono ai fascisti la presenza di famiglie ebree nascoste nelle campagne in cambio di moneta sonante. O che abusavano delle donne tra le mura domestiche. Bella gente, vero?

A rischio di cadere nei soliti discorsi da osteria, mi sento di dire con tranquillità che la feccia c'è ora come c'era anche ai tempi.

Noi, tanto disprezzati giovani d'oggi, non siamo solo figli dei tempi che corrono. Siamo anche figli vostri, e dei vostri "preziosi" insegnamenti. Un esamino di coscienza da parte vostra sarebbe cosa buona e giusta.
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